Caro Guerrazzi
Tu credi che sia facile scrivere dei tuoi quadri, come se dipendesse soltanto dalla buona volontà e dall’amicizia per te; invece è molto difficile perché essi sfuggono alle categorie dell’estetica e della critica che oggi funzionano, almeno a quelle a cui può arrivare a riferirsi la mia cultura.
D’altra parte, ormai che mi sono accinto al compito di ragionare intorno ai tuoi dipinti, non sarebbe giusto che poi lo eludessi seguendo una traccia superficiale e generica, magari insistendo sul tuo straordinario personaggio umano, sul tuo “scandalo” culturale e sovrapponendo a riguardo dei quadri sopra la loro stessa misura e materia, dense e sfilacciate teorie di parole letterarie, perifrasi ed eufemismi, per alludere, più che affermare, alla loro originale, particolare bellezza, per poter intendere meglio tale bellezza da certe posizioni, di sicuro non indicate ma anch’esse vagamente sfumate nell’ineffabile, e sentire più forte con il sussidio e l’amplificazione di argomenti piuttosto demagogici e nella corrente suggestiva che promana dalle contrade e zone meno colte, così di moda oggi (e un’altra volta solo per scandalo); mere ma innocenti e fervide produttrici di fenomeni e proposte sempre e comunque selvagge come alternative.
Invece tu, Caro Guerrazzi, sei tutto meno che un emarginato, un chierico vagante, un corridore facile; tu vuoi stare dentro la tradizione tanto che hai tutta la carica e la volontà dell’autodidatta, le quali appunto proprio alla tradizione appartengono e mirano, anche se la sentono e vivono in un loro modo particolare, ritagliato e battagliero, ne assumono la struttura e i metodi, anche se in genere tendono a modificare il corso e i fini. Tant’è vero che l’autodidatta usa per principio le forme ufficiali sopra quelle correnti nel sociale, per esempio la lingua sopra il dialetto. Rischia molto, è vero, l’integrazione, ma questo non è il problema che ci interessa ora. E tu, da autodidatta, ti metti a dipingere nel modo più corretto possibile secondo i canoni della tua cultura, uno scorcio già fissato e storicizzato, già mostrato.
Per prima cosa ti metti a disegnare, dividendo lo spazio in piani e dimensioni secondo la prospettiva che conosci bene. Poi disegni le figure nella loro identità, come nel loro ruolo e movimento. Indi prosegui con i colori di fondo, poi con quelli di ritocco e di seguito con quelli che debbono dare corpo, vivacità, luce. Vai avanti con i pennelli di diverso spessore e alla fine usi quelli più sottili; dei mezzi toni per le sfaccettature del vero e quelli più morbidi per le velature, impasti e distinzioni tra i vari rapporti.
E qualcuno vorrebbe farti passare per un naïf. Un naïf non ha niente della tua pertinacia né delle tue scelte: egli va sul quadro a blocchi, con zone compatte di colore, con gli accenti e le abbreviazioni del guardare volgare, dell’intendere per modelli e proverbi dialettali: non cerca come te di istruirsi ed istruire, ma di raccontare un’altra volta la stessa favola sempre ripetuta. Il naïf racconta la favola rotonda, interminabile e fissa di un ambiente: proprio quello che tu vuoi sfuggire, rompere con la tua istruzione e con la pittura. Tu vuoi diventare un interprete della tua società, ma staccato, in posizione colta, per poterne essere insieme il riformatore e il maestro.
Come è già precisamente avvenuto negli altri tuoi lavori di cultura, nei tuoi libri e scritti, la prima verità che vedi dalla tua postazione di artista, è l’ingiustizia sociale, il peso e la stortura della piramide capitalistica: come prima la letteratura e adesso la pittura devono servirti e servire per la denuncia sociale. In tal modo puoi regolare meglio i tuoi debiti con la tradizione e cercare proprio di intervenire nei suoi conti finali. Tiri fuori quindi l’operaio che ha numeri e conti oggettivi e propri, del tutto diversi, addirittura incompatibili con quelli del bilancio tradizionale. Ma più che su questa sacrosanta incompatibilità, tu lavori e con rancore, o meglio, proprio per il tuo rancore, sulla diversità.
Ma questo è invece l’aspetto minore, perché il suo carattere come la sua essenza potrebbero sparire anche attraverso l’assorbimento dentro la forma e la materia, ormai permeabili e prensili anche se rigidi della tradizione, cioè della cultura dominante.
Ma il tuo rancore, dici tu con i tuoi quadri di denuncia, non può essere assorbito, sarà sempre un agente di lotta e di libertà. Io voglio crederti Guerrazzi, per questo desidero discutere con te anche per cercare insieme qualche avvertimento che possa consentirti di andare avanti con maggiore utilità. Posso convenire con te sulla denuncia, ma non sono altrettanto convinto di te, perché i modi in cui essa è fatta ed esposta sono ininfluenti. Se i modi sono vecchi resta vecchia e quindi piuttosto stemperata anche la denuncia. So anche però che non si tratta di lavorare solo sui mezzi e i modi, perché questi per conto loro possono cadere nell’inerzia e nell’ozio, più che non l’intenzione di novità esercitata solo in modo tradizionale.
Molta dell’arte moderna d’avanguardia si è esaurita in se stessa, fingendo e aiutando a fingere che il mondo intorno non esistesse, inventando e simulando rotture e libertà che poi sono rimaste appunto attaccate al telaio dell’invenzione, spente o per lo meno infilzate come farfalle, dalla loro impotenza sopra un album storico, distinto, finto.
Se la verità che denuncio è vecchia, dici tu, resta pur sempre vera e anzi significa che la sua colpa il ancora più grande e quindi che la mia denuncia è ancora più meritevole. E allora procedi, caro Guerrazzi, e sarà proprio questa tua convinzione onesta, insieme con l’aspra purezza della tua condizione, a tener desta la tua libertà. Sta solo attento a non confondere dentro la tua ansia di fare, di fare per il giusto, tutt’insieme, impastate come un unico colore tonale, grigio o sacro, società e politica, fabbrica e cultura, democrazia e consumo, perché questo è il pericolo che corri dando spago al tuo rancore, alle facili e meravigliose scoperte e brevità dell’indulgenza al rancore, cosi facili da diventare un altro allettante acquietante consumo.
A chi giova infatti, pensaci bene Guerrazzi, mettere tutt’insieme oggi, come se non ci fossero più distinzioni sociali e ideologiche, gruppi e classi, potenti e subalterni, fabbriche e campi, se non proprio a coloro che pensano che il mondo sia intoccabile, tutto uguale, e che quindi niente possa essere al suo interno cambiato e migliorato? Puoi mettere i letterati, e proprio per letteratura polemica, tutti sulla stessa barca, ma non insieme coloro che son ben distinti di qua e di là agli estremi dei rapporti di produzione o dei percorsi sociali, secondo la dinamica di politica come potere o di politica come cultura.