Maurizio Fagiolo | L’Espresso | 12 Marzo 1977

FRA MILLE ANNI QUALCUNO LI VEDRÀ E…

L’atelier del Maestro di Bagheria sarà forse giudicato un ottocentesco microcosmo (“Che penna infame, che infame pennello!”) mentre altra cosa è un cantiere metalmeccanico in cui poteva nascere (al di là della masturbazione, del resto presente anch’essa in uno dei quadri di Guerrazzi) un vero movimento costruttivo. Tutti i quadri in cui parla il Mondo, in cui la politica è esclusivamente Coralità, in cui c’è poco sfoggio di materialismo storico-dialettico (via, è diventato un alibi perfino per i ricercatori di punta!) ma verace empito nazional-popolare.

Due maestri: due funerali. Quello del Maestro di Bagheria è famoso: Togliatti circondato dalle caricature dei compagni storici e ricoperto dai fiori ritagliati dal catalogo di Sgaravatti. Quello del Maestro Operaio, in cui le bare sono circondate da Grassi e Fanfani, Piovene e Forlani, Ottone e Guttuso: tutte scelte irriguardose quando non ortodosse. Una specie di scontro mitico, come le due battaglie di Leonardo e Michelangelo che si fronteggiavano nel Salone dei Cinquecento, delle quali resta oggi soltanto l’eterna memoria.

Ma perché parlare oggi di oggetti d’arte che verranno scavati dagli archeologi soltanto nel Tremila? Perché sembra arrivato il momento, anche per noi storici, anche per i critici dissenzienti (ma si può dire ancora?), di fondare un qualcosa che somigli alla critica gastronomica dei cannibali.


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