FRA MILLE ANNI QUALCUNO LI VEDRÀ E…
Tremila d.C.: scomparsi i nomi di Renato Guttuso e Vincenzo Guerrazzi, forse l’uno verrà indicato soltanto come il Maestro di Bagheria, l’altro come il Maestro Operaio per la stessa convenzione con cui si parla, in storia dell’arte, di un “Maestro del Bambino Vispo” o di un “Maestro del Cassone Adimari”. E forse si concluderà che a partire da una certa epoca (il periodo “veromoka/tazzadoro” del Maestro di Bagheria), ha avuto il grido il Maestro Operaio colla sua pittura quartostatale, sanamente popolare e democratica, euro-internazionalista.
L’atelier del Maestro di Bagheria sarà forse giudicato un ottocentesco microcosmo (“Che penna infame, che infame pennello!”) mentre altra cosa è un cantiere metalmeccanico in cui poteva nascere (al di là della masturbazione, del resto presente anch’essa in uno dei quadri di Guerrazzi) un vero movimento costruttivo. Tutti i quadri in cui parla il Mondo, in cui la politica è esclusivamente Coralità, in cui c’è poco sfoggio di materialismo storico-dialettico (via, è diventato un alibi perfino per i ricercatori di punta!) ma verace empito nazional-popolare.
Si discuterà, nel Tremila, se si trattava di due maestri originali oppure di petit-maîtres che lavoravano d’après. E si dovrà sbrogliare la questione se è più importante dipingere d’après De Chirico o d’après Guttuso (l’unica variabile che distinguerà i Maestri). Ma si scopriranno alcune cose. Prima di tutto che, anche se il Maestro di Bagheria sembra aver ignorato il Maestro Operaio, ha tuttavia prefigurato il suo lavoro. A chi si potrebbero attagliare se non a Guerrazzi frasi del miglior Guttuso come: “esplorazione del proprio petto” che non è “operazione solitaria”? Oppure la definizione di arte “politica se cosi si può dire, valida perché la commozione è inerente alla plastica e nella plastica trascende ogni illustrazione, ogni pensiero letterario”? (vedi Primato, 1940). E infine, a conferma, si potrà vedere che lo stesso Maestro Operaio proclama il suo post-quem, rappresentando il Maestro di Bagheria nei suoi “Funerali laici”.
Due maestri: due funerali. Quello del Maestro di Bagheria è famoso: Togliatti circondato dalle caricature dei compagni storici e ricoperto dai fiori ritagliati dal catalogo di Sgaravatti. Quello del Maestro Operaio, in cui le bare sono circondate da Grassi e Fanfani, Piovene e Forlani, Ottone e Guttuso: tutte scelte irriguardose quando non ortodosse. Una specie di scontro mitico, come le due battaglie di Leonardo e Michelangelo che si fronteggiavano nel Salone dei Cinquecento, delle quali resta oggi soltanto l’eterna memoria.
Ecco un’Arte per Tutti: un ex operaio parla alla Classe, senza interposte persone senza la Deprecata Delega. Paradossalmente il dosaggio è sapiente: Bali e Grand Hotel, mimesi del Maestro di Bagheria e riferimenti dotti, surrealismo proletario e festa della porchetta. Tipico il quadro in cui Dante assiste l’operaio al suo scrittoio notturno mentre Beatrice (librone-rosso sottobraccio) sembra consolare Umberto Eco. Una pittura che un obiettivo ce l’ha: combattere il discorso aristocratico che il Senatore Critico impugna ma nel quale finisce per riconoscersi. Sanno tutti infatti che l’ultima opera del Maestro di Bagheria (vedi Scheda a pg.111) è destinata ai guardoni di Casa Vogue ma anche ai sindacati. La sua democrazia, in quest’ultima operazione dei gioielli con i segni zodiacali, è chiarissima: la produzione degli stupendi manufatti dorati è molto alta perché nessun collo di donna veramente democratica potrebbe restare privo di questo indispensabile contrassegno materialistico.
Ma perché parlare oggi di oggetti d’arte che verranno scavati dagli archeologi soltanto nel Tremila? Perché sembra arrivato il momento, anche per noi storici, anche per i critici dissenzienti (ma si può dire ancora?), di fondare un qualcosa che somigli alla critica gastronomica dei cannibali.