In via eccezionale, invece del solito post, questa volta ospito nel mio blog la lettera-racconto che ho ricevuto da una mia lettrice, laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna e aspirante redattrice in una casa editrice. Lascio ai lettori commenti e giudizi sulla sua esperienza e sulla… sua capacità espositiva.
Vincenzo
Caro Vincenzo Guerrazzi,
ti chiedo se sul tuo blog puoi ospitare questa mia lettera che tempo fa ho spedito al direttore editoriale dell’Editrice Iduanie.
Grazie per l’accoglienza.
F.B.
Gentile Direttore Editoriale, non so come iniziare a scriverle e la prego di capire la mia emozione. Scrivere così, all’improvviso, questa mia lettera al Direttore di una grande e importante casa editrice come questa. E poi, le confesso che è la prima volta che mi rivolgo a un Direttore Editoriale.
Signor Direttore, questa lettera per chiederle… Boh, non saprei. Non ho più il coraggio. Eppure fino a qualche minuto fa tutto mi sembrava così facile… A questo punto la cosa migliore è presentarmi con l’appellativo affibbiatomi dalla mia mamma: Bella Fica. Sì, ha capito bene: Bella Fica. La mia mamma mi ha sempre chiamato così da quando i miei seni incominciarono a gonfiarsi e i vestiti mi erano sempre più stretti. Sono arrivata in questo pianeta chiamato Terra il 10 maggio di ventitré anni fa. La mia mamma mi dice spesso che quel giorno c’era un sole bellissimo e che l’aria profumava di rose e di mirto come la mia patatina. Mi rendo conto che questi sono luoghi comuni e che non a tutti interessino. I genitori sono uguali in ogni angolo del mondo e tutti dicono le stesse cose alle loro figlie quando queste non sono ancora adulte e la loro patatina non si è ancora trasformata in Bella Fica. Ora sono cresciuta ed emancipata, e per me è arrivata la stagione della scelta. Signor Direttore Editoriale, una giovane ragazza può scegliersi il proprio lavoro? Che difficile domanda! «Certo che no», ma se ha la Fica Bella, allora è tutto un’altra cosa… Può anche scegliere la carriera politica, tipo assessore, parlamentare, ministro… e se ha anche qualche numero, perché no, anche quella universitaria.
Vede Signor Direttore, divago e non concludo, perché non so da dove cominciare a scriverle questa lettera. Potrei forse dirle che nel mese di ottobre dell’anno della Rivoluzione mi sono laureata all’Università delle due Torri, in Conservazione dei Cazzi per il Bene comune, e questo è sarebbe già un passo avanti.
Gentile Dottor… non ricordo più il suo nome, mi sembra Cazzone, sì, sì Cazzone, mi ha detto la sua segretaria quando ho chiesto per telefono a chi dovevo indirizzare la lettera. Ho cominciato a scriverle questa lettera tantissime volte e non ho trovato, fino a questo momento, la forza e le parole per dirle… insomma, le cose che frullano e svolazzano nel mio cervello. A questo punto, poiché ho vinto l’impatto della prima cartella, può darsi che riesca ad arrivare fino in fondo. I giornali scrivono che i giovani che oggi escono dalle Università non sanno, o non sono abituati, a scrivere lettere, nemmeno quelle d’amore. Forse è vero, non saprei… Io sono stata fortunata perché nella mia università ci sono stati fior di professori e semiologi-scrittori universali di prima grandezza e ci hanno insegnato come comunicare attraverso la pagina scritta. No, il problema è che i giovani devono solo trovare il coraggio, la forza di volontà… o forse il tempo? Io che pure ho studiato con impegno, devo però ammettere che fatico a scriverle questa lettera come vorrei.
Dicevo che mi sono impegnata negli studi ma non sono stata sicuramente una sgobbona: ho solo studiato onestamente. Ho letto tanto e ho anche cercato, per quanto ho potuto, di osservare il mondo in cui vivo, per questo penso e credo sia giunto anche per me il momento di iniziare a creare e offrire le mie idee, il mio entusiasmo, la mia curiosità. Questa curiosità che ora mi rende tanto audace da scriverle direttamente, sorretta dalla convinzione che il Direttore dell’Iduanie Casa Editrice così produttiva e innovativa, non possa non servirsi di forze giovani e propositive. Per questo mi propongo a lei e all’Iduanie, le cui pubblicazioni hanno accompagnato i miei anni di studio.
Gentile Direttore Cazzone, io di Lei conosco solo il nome, non so quanti anni lei abbia ma sicuramente più di me e forse alla mia età si è trovato nelle mie stesse condizioni. Per questo sono convinta che può capirmi. Le racconto una breve storia che mi è capitata qualche settimana fa nella Città dell’Arte dell’Amore. Ero andata a vedere i quadri di un pittore di novant’anni, zio di una mia ex compagna di liceo. Quest’uomo, che ha sempre dipinto, era la prima volta che vedeva i suoi quadri esposti nel bugigattolo di una galleria affittacamere.
Un giovane dalla barba rossa illustrava a tutti noi, eravamo circa una trentina di persone, «la pittura povera di colori di un vecchio artista senza appartenenze». Guardai incantata quel giovane critico affascinata della facilità con cui usava la lingua. Le trascrivo, e spero di non annoiarla, alcune delle cose che ha detto. «Che cosa dire di un pittore dalla veneranda età di novant’anni che da sempre vive in compagnia dei colori? Un pittore del quale conosco poco, conosciamo tutti poco. Per quanto mi riguarda, quel poco che conosco lo devo alla sensibilità di un artigiano sui generis: il suo nome è Giosuè Carducci, (non ha nessun legame con il grande Poeta puttaniere che ha insegnato qui a Bologna ed ha amato e scopato la sua regina) meglio conosciuto come il “vetraio” o “il corniciaio”; pochi però, sanno che quest’artigiano, molto schivo, ha una sensibilità fuori dal comune per le cose artistiche e in particolare per la pittura. Nella sua bottega ho conosciuto la pittura che ammirate, ammiriamo, qui stasera. Un particolare di un paesaggio, che non aveva nulla di trascendentale, mi ha colpito: la luce sopra una massa compatta di colore, di un verde Paolo Veronese».
All’improvviso notai che il pelo rosso della sua barba si fece ribelle e i suoi occhi divennero di fuoco. «Per un critico di professione – continuò – ed io per fortuna non lo sono, non sarebbe facile scrivere su quest’artista: non basta la buona volontà, perché questa pittura sfugge alla categoria dell’estetica e della critica che funzionano per un mercato…». Il critico che non si definiva tale parlava con foga: «Il critico d’arte è una figura che mette soggezione alla massa, che mette soggezione a tutti voi e di conseguenza anche all’artista che vive con la massa, e un artista che vive con la massa è un uomo solo perché non ha appartenenze…». Fece una lunga pausa e scosse più volte la testa. Poi gridò: «Questo vecchio pittore ha delle sue responsabilità individuali. Non è colpa solo del destino cinico e baro!». E puntò lo sguardo in direzione del vecchio che se ne stava seduto in un angolo completamente assente e indifferente a tutto quello che lo riguardava. Il giovane disse ancora indicandolo con l’indice: «La donna per emergere deve dare la fica, ma questa da sola non basta. Di fica è pieno il mondo! La fica che emerge deve avere qualcosa in più: ci vogliono qualità individuali, che sono: spregiudicatezza e tempismo, perché quando passa il tempo… Se questo novantenne pittore non è diventato famoso, la colpa è anche sua… La giovane che dà la fica al primo arrivato, ma non alla persona giusta, è come se la desse al bottegaio…». Quindi urlò: «Ci vuole il letto importante! Questo pedaggio sessuale la donna lo deve pagare se vuole raggiungere il suo obiettivo! Come fare? A chi chiedere? Le donne lo sanno, eccome se lo sanno! Ma anche gli uomini, che hanno capacità e quindi ambizioni, devono mettersi pecoroni. Qualcuno quando vede il successo di un giovane virgulto dice: “Che culo ha avuto!” Eh no, amici miei! Bisogna dire: che fortuna! Il nostro pittore novantenne non ha mai voluto né dare l’ano né mettere il suo attrezzo dentro un ano! Ma ora lasciamo questo argomento al vento e torniamo al critico. Io penso che il critico professionista sia una figura poco simpatica, perché pone la sua professione a scapito dell’emozione e lascia nell’ombra artisti come il nostro Annibale Venturoli, perché è un uomo senza relazioni, senza legami, insomma un uomo solo che non ha capito nulla dalla vita. Io non penso che Annibale Venturoli, quando si mette a disegnare, divida lo spazio in piani e dimensioni secondo la prospettiva, utilizzi i colori di fondo e quelli di ritocco, quelli che devono dare corpo e vivacità. Egli va sul quadro a blocchi, con zone compatte di colore e questo colore fatto di terre povere crea una luce particolare e una vivacità insolita: crea emozioni! I critici che hanno sempre ignorato uomini come Venturoli hanno sottratto l’arte alla vita per costruire i loro sistemi definibili, lottizzabili, strumentalizzabili. Generalmente questi critici, e ce ne sono tanti, sono impegnati a piazzare e garantire come “galletti amburghesi” le opere, o meglio i prodotti, di “pittori tecnici” e non vedono – per loro scelta – artisti come quest’uomo! Bene hanno fatto gli amici e i parenti di Annibale Venturoli a organizzare questa mostra in occasione del suo novantesimo compleanno. Straordinari sono alcuni accostamenti di colori, fantastici e inconsapevoli, per questo ancora più emozionanti, colori compatti, colori poco impastati, come il blu oltremare e il viola;il rosso mattone e il rosa pallido ci ricordano un po’ le luci di Renoir. Annibale Venturoli, pittore di nature morte e paesaggi leopardiani che creano emozioni, dipinge da oltre settant’anni. Per settant’anni quest’uomo dall’aspetto mite e dallo sguardo timido ha vissuto in solitudine con i suoi colori, perché pittore senza appartenenze».
Veda, Dottor Cazzone, avrei voluto parlare con quel giovane critico che non si definiva tale, ma era scappato già via con gli occhi arrossati dalla commozione. Io, figlia del mio tempo, non nascondo la mia predilezione per la multimedialità, di cui ho fatto fino ad oggi una breve esperienza come collaboratrice esterna per Il Settimanale Telematico del Cazzo. Le caratteristiche principali di questa rivista sono la freschezza e la predisposizione per il mondo giovanile e per le novità. Ero convinta di essere assunta, ma purtroppo sono stata ingenua a non accettare di essere vagliata dai Guardiani del Tempio del Potere del Redattore Capo. Insomma, non pagai il tributo. Purtroppo non avevo capito nulla… Pensavo di essere brava per le cose che scrivevo. Ritenevo e ritengo di avere una caratteristica innata a capire e saper interpretare ciò che di nuovo sta emergendo. Ciò che gli artisti più aggiornati hanno ricercato fin dagli anni Cinquanta: fisicità dell’opera e un’interrelazione di essa col mondo su scala globale, attraverso la multimedialità.
Paradossalmente la virtualità accresce la “fisicità” dell’informazione, cioè la sua gestione personalizzata, in virtù dell’interattività. Come lei sa, Direttore, nell’insegnamento e nella comunicazione interattiva, risiedono le inesplorate potenzialità dei New Media. È al servizio di questo mondo in crescita che volevo – vorrei – oggi mettere le mie idee e quindi al servizio dell’Editrice Iduanie, che tanto si sta sviluppando anche in questo settore. Ciò che nello specifico posso offrire sono le mie ottime conoscenze, che sto continuamente implementando, sui Cazzi, attraverso studi autonomi, nel campo della conservazione e del restauro fotografico del Cazzo.
In attesa di una sua mi auguro positiva risposta, e nella speranza di poterla incontrare, le allego Curriculum Vitae e le rivolgo i miei più cordiali saluti.
Fica Bella
cara Nina, è un vero piacere ritrovarti … Io direi che apparentemente i 150 anni e gli immigrati sono problemi che con il tema di partenza non c’entrano affatto. Ma ho detto “apparentemente” perché tu parli di “attualità”, ovvero di ciò che “ATTUALMENTE buca gli schermi TV o affolla la prime pagina dei giornali”; in effetti in questo senso i 150 anni, l’immigrazione e i casi tipo la “signorina Fica Bella” (ovvero chi si tromba Berlusconi e simili …) sono tutti “argomenti di attualità” per l’industria dei mass media.
Ma, mi domando io a questo punto, ciò che è “attualità” corrisponde sempre ai problemi della nostra abitazione (il Pianeta Terra!) e di noi (la razza umana)?
Direi proprio di no; da sempre l’homo-sapiens migra per vari motivi come risorse, territorio, presenza di fiumi, etc… ed ora per ragioni di offerta/richiesta di mano d’opera a fronte della globalizzazione del capitale, sia esso industriale o finanziario. Enormi industrie multinazionali (automobilistiche, tessili, manifatturiere d’ogni genere) spesso sventolando qualche “bandiera patriottica” usano con profitto gli immigrati o, in alternativa, fanno emigrare il lavoro …
Altro esempio: i problemi di energia ed ecologia; l’impatto di tali problemi (non sono più fuocherelli di legna …) dovrebbe rendere evidente che le strategie dovrebbero essere planetarie, ma l’arretratezza di ideologie e politica riducono — ahimè — problemi di simile importanza per la nostra casa (il Pianeta Terra) a questioni nazionali … è saggio, parlando a livello di pianeta, costruire centrali atomiche in una zona geografica come il Giappone che, tutti lo sanno benissimo da secoli, è una zona geografica ad altissimo rischio sismico? … secondo me non è affatto saggio, anche se il Giappone (inteso come carta geografica politica) ha sviluppato tecnologie all’avanguardia …
Ho fatto due esempi e mi pare bastino per dire quanto “attualità” e problemi reali siano distanti tra loro anni luce …
Ciao cara Nina, Pino
Sono una sempliciotta io…!Vado di buon senso con un pizzico di memoria storica.. Il mio discorso verteva -molto chiaramente- altrove, in qualcosa di molto antico e purtroppo ancora molto “persuasivo” (!)…Eccola l’eterna attualità: tutti a fare orecchie da mercante davanti alle infinite(sapute e risapute) macroscopiche responsabilità del vaticano s.p.a,(evergreen!) che se solo restituisse allo Stato tutto il maltolto,dai Patti Lateranensi in poi,ci si sfamerebbero migranti, ed italiani, per generazioni e generazioni…(e ci si potrebbe ricoprire mezza europa di pannelli solari..!)…
cara Nina, sono perfettamente d’accordo con te su tutti i soldi che si potrebbero ottenere dal Vaticano in primis, ma anche da tante altre fonti “illustri” … l’idea di “ricoprire mezza europa con pannelli solari” potrebbe anche essere una buona idea, ma detta così è solo spettacolare; il dato reale non è quanto spazio occupare, ma quanti megawatt ottenere, a che prezzo e con quale incidenza percentuale sull’attuale fabbisogno di energia che è un TOT, ma è il TOT di una situazione planetaria in cui il 10% della popolazione ciuccia il 90% delle risorse.
Perdonami se sono cavilloso, cara Nina, ma il tuo approccio è puramente emotivo/psicologico … è come la scelta di usare come bersaglio Hiroshima per la prima bomba atomica … date le dimensioni di Hiroshima quella bomba atomica avrebbe distrutto una intera città; distruggere una intera città con una sola bomba è un evento di grande impatto psicologico! … idem per l’idea di foderare mezza europa con pannelli fotovoltaici senza chiedersi i costi (in euro e come eventuali impatti ambientali) e quanti MEGA-watt ci uscirebbero …
Psicologismi o no,quella rimane la fonte illustre numero uno…per cui dovrebbe anche essere la prima a cui chiedere conto. Invece non è mai neanche l’ultima…anzi,stagna da sempre in una perenne immunità.(silvio al confronto è un dilettante,e solo di passaggio)