"... noi stiamo preparando la rivoluzione. Noi abbiamo capito la sofferenza delle masse. Abbiamo capito l'amarezza di un uomo che non può spendere centomila lire per comprarsi un eskimo alla Rinascente. Noi abbiamo capito l'angoscia di chi soffre di claustrofobia. Abbiamo capito il panico, il terrore che prova la gente quando rimane chiusa dentro il vagone di un treno bloccato in galleria. (...) si rimane tutti al buio. (...) Tutti sentono il puzzo di sudore o il profumo del dopobarba scadente... Noi vogliamo dare a tutti i proletari i colori della Rinascente. Noi vogliamo far sventolare la bendiera rossa su ogni tetto proletario. Noi siamo stati scelti per cambiare il mondo. Per questo il nostro compito è: essere dei clandestini alla luce del sole"
1975: l'Italia affoga negli "anni di piombo". A Genova, la "città della Lanterna", l'autunno è insolitamente gelido. Un esponente di uno dei tanti - troppi - gruppi della sinistra rivoluzionaria viene trovato morto, freddato da due colpi di pistola. Il cadavere punta il dito verso una Vespa parcheggiata lì accanto, di proprietà di un altro giovane rivoluzionario o aspirante tale: Luca Quartullo.
E' logicamente Luca il primo indiziato. Che, scagionato dalle forze dell'ordine, diviene prima pedinato speciale, quindi vittima sacrificale egli stesso, dopo essere stato processato - quasi kafkianamente - dai "compagni" di sempre, ma che per la prima volta gli appaiono sotto una luce nuova: freddi, estranei, privi di cuore, votati ad una causa che chiede sacrifici umani.
I delitti si moltiplicano. A breve distanza di tempo, in altre città, qualcuno uccide altri "compagni". Tutto fa pensare ad una resa dei conti fra bande il cui colore rosso ha però sfumature diverse.
Ad indagare su questa serie di delitti in stile mafioso/marxista, collegati l'uno all'altro da un filo conduttore tanto evidente quanto non facile da decifrare, viene chiamato il commissario Antonio Sita.
A questi, "trentotto anni, scapolo per vocazione, una laurea in Legge", irreprensibile uomo di stato nativo di Africo, in Calabria, entrato in Polizia per combattera la 'ndrangheta, tocca l'onere di sbrogliare l'intricata matassa, il cui bandolo porta in alto. Molti e delicati, infatti, sono gli interessi in gioco. Un gioco pericoloso, dietro cui si nasconde la lunga mano dei poteri occulti della politica.
Quelli che sembrano essere solo delitti (meglio: esecuzioni) figli di una sinistra studentesca esaltata, confusionaria e disunita al punto di eliminare se stessa, forse sono molto di più.
Scritto a due mani da Stefano Bigazzi e Vincenzo Guerrazzi, "Il compagno sbagliato" (Mursia Editore, pagg. 204, 15 euro) spalanca una porta su un periodo recente della nostra storia, forse mai metabolizzato del tutto, archiviato nella memoria collettiva, escluso - come buona parte delle vicende italiane dal Dopoguerra in avanti - dai programmi scolastici, ma ancora ben vivo nel ricordo delle mogli e dei figli delle vittime del piombo.
Di quegli anni bui, caratterizzati da stragi con obiettivi a volte casuali a volte mirati, densi di paura, in cui si respirava un'aria davvero pesante, i due autori danno una loro versione di fantasia, ma realistica e credibile. Consegnando al lettore l'efficace ritratto di un giovane comunista visionario, ingenuo e, come tale, perdente in un universo di falchi con l'eskimo, e di un poliziotto pulito e onesto. Entrambi soli, pedine in un mondo in cui prevalgono interessi superiori alla giustizia e in cui non c'è spazio per l'utopia disarmata.