La mattina di sabato ventinove giugno 1979, in casa Montanari c'era una grande agitazione. Il Signor Montanari s'era alzato di primo mattino ed era andato al casello a portare il latte. Avrebbe voluto raccontare tutto agli altri contadini, ma non poté farlo. Sua moglie era indaffarata in cucina, agitata e nervosa perché le figlie non l'aiutavano a preparare.
La famiglia Montanari era stata avvertita che, in occasione dell'apertura dei Festival Nazionali dell'Unità e dell'Amicizia, grandi personaggi della vita politica italiana e sovietica sarebbero arrivati per visitare la loro piccola azienda. <<Non sarà una visita ufficiale. Dev'essere fatto tutto in incognito>>, avevano detto i dirigenti dei due partiti.
L'azienda Montanari era stata scelta come luogo d'incontro tra il nostro Presidente del Consiglio e il Ministro dell'Agricoltura dell'Unione Sovietica per discutere un accordo commerciale riguardante un'eventuale esportazione di formaggio e vino. Accordo a cui tenevano molto i dirigenti dei due partiti in quanto cointeressati nelle cooperative.

La famiglia Montanari composta di padre, madre e due figlie: Gabriella di ventiquattro anni e Antonella di ventuno. Vivono in una tenuta di trenta ettari a dieci chilometri da Reggio Emilia, consorziata in cooperativa. I campi in parte sono coltivati a Lancellotta, un'uva che serve a fare il Lambrusco, in parte sono adibiti ad erba medica e grano. Alle spalle del vigneto c'è una stalla moderna con una trentina di mucche da latte col quale si produce il famoso Parmigiano Reggiano. Di fronte all'entrata della stalla, a pochi metri, vi è la casa con un gran portico.
Il Presidente era rientrato in Italia stanco; non stava bene di spirito. Risen-tiva della lun-ga fatica sop-portata i gior-ni prima al vertice di Tokyo. Mal-grado la sua stanchezza, non poté fare a meno di recarsi a Reggio Emilia.

Una Mercedes bianca si fermò davanti al cortile della casa. Scesero due funzionari del partito e aprirono la portiera della macchina al Presidente.
La donna servì ad Andreotti e ai due funzionari del pane fragrante di forno e del prosciutto crudo con una caraffa di vino Lambrusco spumeggiante. Andreotti prese una fetta di pane, l'accompagnò col prosciutto e incominci˜ con gli altri a mangiare. Poi chiese: <<a delegazione russa non arriva?>> Si versò un bicchiere di vino e continuò: <<Una colazione all'aperto è una cosa bella, naturale ed umana. Mi sento di ritornare ragazzo, quando andavo nelle campagne romane a mangiare pane e pecorino>>. I due funzionari sorrisero e annuirono con la testa. Il Signor Montanari, da poco rientrato, appariva impaziente di fare domande sull'agricoltura, poi trovò il coraggio e scuotendo la testa quadrata chiese: <<Signor Presidente, è vera la notizia che giapponesi e americani cercano di fare il Lambrusco con le bustine e con le angurie?>>.
Andreotti sorrise e rispose: <<Purtroppo circolano queste voci. Non tutto potrà essere sofisticato, qualcosa di genuino rimarrà sempre in ogni modo, perché un cibo artificiale non potrà mai sostituire la fragranza di questo pane, il profumo di questo prosciutto e il gusto frizzante di questo vino. I funzionari del Partito guardarono l'orologio e si fecero seri. Arrivò una Mercedes 600 con le tendine. Dentro c'era la delegazione russa composta dal Ministro dell'Agricoltura, il Ministro della Cultura, l'Ambasciatore a Roma, gli astronauti Khrunov ed Elisev, e il pittore ufficiale dello Stato Sovietico. Il Ministro dell'Agricoltura, un uomo tarchiato dalle mani grassocce, offrì alla Signora Montanari un fascio di rose rosse e al marito consegnò un bulbo di vite delle oasi dell'Asia Centrale. Il Ministro della Cultura a Lucia regalò una matrioska. Il pittore diede ad Antonella un ritratto a carboncino di Lenin. Gli astronauti Khrunov ed Ilisev avevano portato un modellino in metallo delle Soyuz 4 e 5. Dopo le presentazioni, Andreotti e il Ministro dell'Agricoltura si appartarono soli in una sala per discutere. Dopo circa quaranta minuti uscirono. I loro visi apparivano soddisfatti. L'accordo sul Parmigiano e il Lambrusco era stato raggiunto.

Si accomodarono poi tutti nella sala da pranzo. Una stanza di forma oblunga arredata con mobili in stile rustico. Le sedie rigide e sobrie erano allineate attorno al tavolo rettangolare coperto da una tovaglia di lino ricamata. Al Presidente Andreotti e al Ministro dell'Agricoltura Sovietico venne assegnato il posto di capo tavola. Le sorelle Montanari si sedettero vicino agli astronauti. Come primo piatto

Poi continuò: <<Con la gente russa c'è veramente soddisfazione a lavorare. Abbiamo avuto dei grandi esempi della loro generosità soprattutto durante la guerra di Liberazione. E' un popolo che ha una grande storia e una grande morale. Gli occhi dell'Ambasciatore Sovietico si arrossarono di commozione. Si alzò in piedi e disse: <<Noi crediamo nella morale senza credere nella morale definita. Per noi sovietici la morale non è costrizione, nè saggezza, bensì l'infinito complesso delle possibilità di vivere>>. Le parole palpitavano in bocca all'Ambasciatore. Si chinò voglioso sul gelato che la padrona di casa gli porgeva e continuò: <<Io amo gli italiani. Li ho conosciuti durante la guerra. Ricordo, era una mattina di fine aprile del '44. Avevamo fatto prigionieri degli italiani. Saranno state le dieci. Il cancello del cortile della caserma si aprì e cominciarono ad entrare lentamente ombre di uomini. Muovevano a fatica le gambe. I loro sguardi spauriti e smarriti mi scrutarono. Cercavano di capire qualcosa. La cesta del pane ch'era sul mio tavolo li fece piegare in avanti come cime di alberi mosse dal vento. Mentre stecchi di braccia si protendevano e ossa di mani si aprivano, nella cavità dei loro occhi si accese qualcosa che voleva essere un sorriso. Noi dobbiamo lavorare per creare un mondo più giusto dove queste cose non debbano più succedere. Dobbiamo dare a tutti la possibilità di mangiare il Parmigiano Reggiano e di bere questo buon vino Lambrusco>>.

Dopo il pranzo, nel pomeriggio, c'era in programma la visita alla Latteria Sociale che distava pochi chilometri dalla casa. Andreotti si scusò di non poter andare perché una forte emicrania si era impossessata di lui. Risentiva della stanchezza dei giorni passati a Tokyo e delle notti insonni. Lucia gli preparò un'aspirina e restò con lui. Pian piano la stanchezza cominciò a scomparire. Il suo viso si distese e divenne sereno. Poi chiese alla ragazza: <<Signorina, se mi accompagna gradirei fare un giro nei campi>>. La ragazza rispose :<<L'ora è troppo calda. L'afa rende l'aria insopportabile. Sarebbe più opportuno andare a riposare. La nostra casa è vecchia ma fresca>>. Il suo sguardo si agganciò a quello del Presidente. Andreotti si sentì avvolto in un cerchio di fuoco. Sorrise, si alzò dal divano e uscì fuori dalla porta seguito da Lucia. Incominciarono a passeggiare all'ombra del vigneto. I raggi del sole filtravano tra le foglie della vite, qualche raro fischio di uccello rompeva il silenzio di quella pianura verde deserta e lussureggiante. Il Presidente disse a Lucia: <<E' bello vedere delle ragazze giovani come lei che vivono con i genitori e stanno ancora attaccate alla terra; specie in questo periodo che i giovani hanno smarrito non solo Dio ma anche il Diavolo>>.
La ragazza arrossi e timida rispose: <<Io non lavoro la terra, studio. Sto preparando la tesi di laurea in lingue straniere all'Università di Bologna>>. In quel momento sentiva qualcosa che non riusciva a descrivere, come se stesse dentro una nuvola che gli velasse rapidamente la vista. Lucia aveva due grandi occhi neri su una pelle bianchissima. Il Presidente le fece un complimento. Lucia lo guardò fieramente negli occhi e disse lentamente: <<Lei è una persona molto sensibile>>. Andreotti apparve un po' imbarazzato, si strinse nelle spalle e rispose: <<La sensibilità di un politico rappresenta un plusvalore psicologico>>. Fece una risatina felice e ambigua. Lucia si appoggiò al palo della vite e i suoi occhi brillarono come una stella cadente. Cercò di parlare, ma si trovò imbarazzata e chinò il capo lievemente. Tra i due cadde un lungo silenzio.
Il caldo soffocante non dava respiro, nonostante la leggera brezza che scendeva giù dalle colline reggiane. Un velo di nebbia si addensava nei pensieri del Presidente. Nella sua mente si affollavano mille idee confuse e ondeggianti, che rapidamente passavano per dar luogo ad altre idee più annebbiate, confuse e incerte. Quel vasto campo che un istante prima gli parlava di solitudine, ora lo vedeva affollato da mille giovinette dalla fibra d'acciaio e dall'animo generoso, nel petto delle quali le passioni scoppiavano con una tale violenza che al confronto le lotte intestine del suo partito erano ben poca cosa.
Gabriella improvvisamente sentì il bisogno di correre e si allontanò a precipizio. Fuggiva senza chiedersi il perché. Attraversò tutto il campo, poi salì le scale che portavano al vecchio granaio e si coricò davanti alla porta. Il Presidente, rimasto solo, sentì anche lui il desiderio di correre. Arrivato al granaio cercò con lo sguardo di qua e di là. Ma Gabriella era scomparsa, come se la terra l'avesse inghiottita. Sentì poi una voce che intonò un canto piano e lento come le acque del canale che scorrevano a pochi metri dalla casa. Diceva: <<Come farai ad aprire la porta/ con le tue mani ad ala di farfalla?/ Non annaspare nel vuoto, l'amore sta da questa parte/ Io mi sdraio e sento il fruscio delle lucertole per non sentirmi sola/ La terra e l'erba sono il nostro letto>>.

Il Presidente si guardò in giro fa-cendo at-tenzione a non fare il minimo ru-more e salì le scale. Lu-cia nascose il suo viso nella gonna. <<Bella questa canzone; le sue parole mi hanno commosso>> disse il Presidente, e non continuò perché il pensiero gli restò legato come un grosso involto che si fatica a far passare da una porta. Un sentimento forte e non comune lo sorprese e turbò. Ben presto divenne come una febbre che lo divorava in tutto il corpo. Lucia notò l'eccitazione di Andreotti e con un atto istintivo si scostò. La porta del granaio si aprì e vi si rifugiò dentro. Andreotti la seguì. L'eccitazione gli fremeva nelle ginocchia, nelle mani, in gola, e il suo respiro ansava.
Gabriella cercò di apparire disinvolta. Disse: <<Signor Presidente, è vero che lei è un uomo ambizioso, e che gli uomini ambiziosi possono ottenere tutto quello che si prefiggono nella vita?>> Il Presidente abbozzò un sorriso e rispose: <<Non tutti gli uomini riescono a raggiungere ciò che si prefiggono per ambizione>>. Gabriella con dolore osservava quell'infelice e le dava un senso dello sfacelo che può avvenire in un politico troppo solitario. Quando la mano di Andreotti si fermò sulle sue gambe, Lucia scattò in piedi e la sua faccia assunse un'espressione violenta.
Andreotti cercò di abbracciarla. Lei non si divincolò, ma tenne la bocca serrata, irrigidì tutto il corpo e si chiuse come un'ostrica. Sul viso accaldato del Presidente colavano rivoli di sudore, mentre invano cercava di suscitarle il desiderio. Lei si guardava intorno e si sentiva come smarrita fra le branche di un albero dai rami contorti. Poi disse: <<No, mi lasci, non voglio>> e volse la testa verso il soffitto sfuggendo alla bocca di lui. Il Presidente la strinse forte mentre lei cercava di parlare. Disse: <<Non ne posso più>>. Era giunta al limite delle forze e le sue pupille sfavillavano come quelle di un gatto in gabbia. Continuò: - Voi uomini siete tutti uguali, anche quelli ai più alti livelli. Fate sempre gli stessi discorsi: sull'amplesso riuscito, sui punti focali dell'amore, sui desideri repressi, sull'allenamento erotico... Non avete capito nulla. Quello che noi donne cerchiamo è soprattutto il sentimento>>. A quelle parole il Presidente rientrò nella normalità e disse: <<Evidentemente il nostro contegno di fronte alla realtà è un compromesso che ha origine nella storia. Un compromesso storico>>.
La ragazza rispose: <<Siete cinici. Per voi il sentimento è solo un'immaginazione e la violenza che esercitate nella politica la trasferite nella vostra vita privata>>.<<Il sentimento è una questione personale>> - rispose il Presidente <<e noi uomini di potere non siamo diversi dagli altri>>. Le belle guance di Gabriella erano leggermente infossate e il fuoco nero dei suoi occhi lievemente velato dallo scoramento. Disse: <<Voi non credete nella bontà umana, voi credete solo nella vostra politica e nei missili, mentre noi giovani vorremmo un mondo diverso, un mondo più buono sul quale fare affidamento>>. Il Presidente rispose accigliato: <<La bontà a cui affidarsi non si trova dietro l'angolo>>.
Scesero le scale del granaio e si diressero verso la casa.Vincenzo Guerrazzi